Proposte di legge

La mia proposta di legge sull’utilizzo dei fanghi in agricoltura

Ho presentato una proposta di legge che delega il Governo per il riordino, la modifica e l’integrazione delle disposizioni legislative vigenti in tema di utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura. Il rapporto ISPRA 2015 ha evidenziato vantaggi che possono derivare dall’impiego dei fanghi in agricoltura, in termini di arricchimento del suolo di sostanze organiche e di elementi nutritivi. Una buona regolamentazione potrebbe consolidare importanti percorsi di economia circolare.

Di seguito il testo:

XVII LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

   N. 4013

 

PROPOSTA DI LEGGE
d’iniziativa dei deputati
SCUVERA, FERRARI, CARRA, CENNI, TERROSI, ALBINI, BRAGA
Delega al Governo per la revisione della disciplina dell’utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura, di cui al decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99
Presentata il 3 agosto 2016

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Onorevoli Colleghi! — Nel nostro Paese (in particolare in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto) l’impiego dei fanghi in agricoltura si è diffuso fin dagli anni ’80, in collegamento alla gestione degli impianti di depurazione e trattamento delle acque reflue a seguito dell’entrata in vigore della legge 10 maggio 1976, n. 319 (cosiddetta legge Merli).
Il rapporto ISPRA 2015 ha evidenziato i vantaggi che possono derivare dall’impiego dei fanghi in agricoltura, in termini di arricchimento del suolo con sostanze organiche ed elementi nutritivi. Una buona regolamentazione potrebbe consolidare importanti percorsi di economia circolare, anche per fronteggiare le criticità che possono nascere da un utilizzo eccessivo. Il 40 per cento dei fanghi di depurazione viene oggi impiegato nel settore agricolo in virtù delle note proprietà fertilizzanti. Un utilizzo eccessivo dei fanghi può comportare inquinamento del suolo per concentrazione di contaminanti, danni economici per il degrado qualitativo dei prodotti agricoli, disagi olfattivi.
Sull’utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura, l’Europa è intervenuta con la direttiva 86/278/CEE del Consiglio, del 12 giugno 1986, che stabilisce valori limite per la concentrazione di metalli pesanti, recepita nel nostro Paese con il decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99, che fissa le condizioni per l’utilizzazione e la gestione, aggiornato solo con la sostituzione della scheda di accompagnamento di cui all’articolo 12, modificata ai sensi del comma 9 dell’articolo 193 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come sostituito dalla lettera e) del comma 1 dell’articolo16 del decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205. L’articolo 5, comma 2, del decreto legislativo n. 99 del 1992 conferisce allo Stato la facoltà di modificare e integrare gli allegati in conformità con le determinazioni dell’Unione europea o in relazione a nuove acquisizioni tecnico-scientifiche effettivamente sopraggiunte nel tempo. È quindi necessario procedere all’aggiornamento della normativa.
Un intervento normativo è necessario anche alla luce del regolamento proposto dalla Commissione europea finalizzato ad agevolare l’accesso al mercato unico europeo dei concimi organici e ricavati dai rifiuti, instaurando pari condizioni di concorrenza con i tradizionali concimi inorganici. Il regolamento europeo stabilisce norme comuni per la conversione dei rifiuti organici in materie prime da utilizzare per fabbricare fertilizzanti, definendo una serie di prescrizioni in materia di etichettatura, sicurezza e qualità dei prodotti. Attualmente solo una minima quantità dei rifiuti organici è trasformata in prodotti e fertilizzanti di valore e l’Unione europea importa circa 6 milioni di tonnellate di fosfati l’anno: fino al 30 per cento di tale quantitativo potrebbe essere sostituito da prodotti derivanti, per esempio, dall’estrazione da fanghi di depurazione.
La presente proposta di legge si compone di un unico articolo con cui si delega il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi per il riordino, la modifica e l’integrazione delle disposizioni legislative vigenti in tema di utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura.
In particolare, il comma 2 individua i princìpi e i criteri direttivi cui il Governo deve attenersi per la revisione organica delle disposizioni contenute nel decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99, prevedendo in particolare:

1) una revisione sistemica degli allegati, incentrata specificamente sui seguenti aspetti:

a) aggiornamento delle soglie di ammissibilità delle sostanze già indicate;

b) integrazione della lista di ammissibilità delle sostanze dannose;

c) elaborazione di una classificazione dei fanghi ammissibili al trattamento facendo riferimento ai codici CER (Catalogo europeo dei rifiuti), previsti nell’allegato D alla parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;

2) l’introduzione di specifici controlli sulle acque superficiali e sotterranee, che oggi non sono previsti;

3) l’individuazione di norme che equiparino l’utilizzo dei gessi di defecazione e dei carbonati di calcio di defecazione a quello dei fanghi, in quanto l’impiego in agricoltura dei primi non è adeguatamente normato;

4) l’adozione di norme che prevedano la modalità del contraddittorio nella gestione dei campioni prelevati per le analisi, rendendo altresì obbligatoria la produzione di certificati di analisi riferiti ai fanghi, ai terreni e alle acque. La revisione del decreto legislativo n. 99 del 1992 dovrà prevedere, inoltre, un aggiornamento delle misure sanzionatorie ivi previste;

5) l’emanazione di linee guida per armonizzare le norme di dettaglio previste dalle regioni in relazione all’utilizzo dei fanghi in agricoltura, ai sensi dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 99 del 1992;

6) l’istituzione presso il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare di una banca dati nazionale cui devono iscriversi i produttori di fanghi destinati all’agricoltura e il rafforzamento dei meccanismi di controllo sugli spandimenti.

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PROPOSTA DI LEGGE

Art. 1.
      1. Al fine di ridurre i rischi di contaminazione dei suoli e delle acque il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per la revisione della disciplina dell’utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura, di cui al decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99.
2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) la revisione dei parametri, delle metodologie e dei valori indicati negli allegati annessi al decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99, a tal fine prevedendo:

1) l’introduzione di un elenco di fanghi ammissibili al trattamento e allo spandimento, con specifico riferimento ai codici del catalogo europeo dei rifiuti (CER) di cui all’allegato D allaparte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;

2) l’integrazione della lista delle sostanze nocive e inquinanti da ricercare e sottoporre a controllo, con specifico riferimento ai metalli pesanti e ai farmaci;

3) l’inserimento dell’origine e delle modalità di produzione del fango di depurazione tra i parametri delle metodiche di campionamento e di analisi;

4) il rilevamento obbligatorio della presenza di farmaci, con specifico riferimento ad antibiotici, anticoncezionali, anticoagulanti, psicofarmaci, antinfiammatori, ormoni, antifungini, antiaritmici, nonché di sostanze perfluoroalchimiche (PFAS), in caso di provenienza dei fanghi da impianti di depurazione civile;

5) la modifica delle soglie di ammissibilità della presenza di metalli pesanti;

b) l’introduzione di tutele e controlli specifici sulle acque superficiali e sotterranee;

c) l’equiparazione dell’utilizzo dei gessi di defecazione e dei carbonati di calcio di defecazione in agricoltura a quello dei fanghi da depurazione in agricoltura;

d) l’obbligatoria produzione di certificati di analisi riferiti ai fanghi, ai terreni e alle acque che prevedano il campionamento e il contraddittorio con i competenti organi di controllo;

e) l’incremento dell’efficacia della tutela in materia di spargimento e utilizzo dei fanghi anche mediante il coordinamento e l’integrazione del sistema sanzionatorio, amministrativo e penale vigente;

f) l’emanazione di linee guida per garantire l’omogeneità nel territorio nazionale delle normative regionali;

g) l’istituzione presso il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare di una banca dati nazionale cui devono iscriversi i produttori di fanghi destinati all’agricoltura;

h) l’individuazione di meccanismi e procedure finalizzati ad un completo ed efficace controllo degli spandimenti;

i) la garanzia, per gli enti locali nei cui territori si svolgono attività di spandimento dei fanghi e assimilati, di accedere alla documentazione tecnico-amministrativa e ai referti delle analisi di controllo.

3. I decreti legislativi di cui al comma 1 sono adottati su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali e con il Ministro dello sviluppo economico. I relativi schemi sono trasmessi alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica per il parere delle Commissioni competenti per materia e per i profili finanziari, che si esprimono entro sessanta giorni. Decorso il termine previsto per l’espressione dei pareri parlamentari, i decreti possono comunque essere adottati. Qualora il termine per l’espressione dei pareri scada nei trenta giorni che precedono la scadenza del termine previsto dal comma 1, quest’ultimo è prorogato di tre mesi.
4. Gli schemi dei decreti legislativi di cui al comma 3 sono corredati di una relazione tecnica che dà conto della neutralità finanziaria dei medesimi ovvero dei nuovi o maggiori oneri da essi derivanti, nonché dei corrispondenti mezzi di copertura.
5. Entro un anno dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi di cui al comma 1, il Governo può adottare disposizioni integrative o correttive dei decreti medesimi, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi di cui al comma 2 e con la procedura prevista dai commi 3 e 4.
6. Sono fatte salve le potestà attribuite alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano dai rispettivi statuti speciali e dalle relative norme di attuazione.

Congedo parentale per ricongiungimento familiare

Ho presentato questa proposta di legge per garantire agli immigrati un congedo dal lavoro per i cinque mesi successivi all’arrivo dei figli in Italia. Qui un articolo sul tema uscito su Linkiesta.it del 4 ottobre 2014, e qui la mia partecipazione alla trasmissione radiofonica Ripartire del 29 settembre scorso, condotta da Silvia Dumitrache su Radio DirittoZero, sul tema della Famiglia migratoria 

XVII LEGISLATURA
CAMERA DEI DEPUTATI N.2532

PROPOSTA DI LEGGE
d’iniziativa dei deputati
SCUVERA, ALBINI, CHAOUKI, CIMBRO, COMINELLI, COVA, DE MARIA, GIUSEPPE GUERINI, LENZI, MAURI, QUARTAPELLE PROCOPIO, RAMPI, SBROLLINI
Modifica all’articolo 29 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, per l’introduzione del congedo parentale per motivi di ricongiungimento familiare
Presentata il 9 luglio 2014

Onorevoli Colleghi! La migrazione dei bambini e degli adolescenti reca in sé una particolare vulnerabilità. Drammatica, in particolare, è la condizione dei bambini e degli adolescenti soli, come i minori stranieri non accompagnati e i cosiddetti «orfani bianchi» (children left behind). Questi ultimi sono i minorenni rimasti nel Paese di origine mentre uno o entrambi i genitori sono migrati per necessità di reddito, alla ricerca di un lavoro, per una vita migliore anche per i propri figli. Questi orfani della migrazione sono affidati alle cure di terzi (nonni, parenti, vicini). Il problema è grave anche nell’Unione europea. In Romania, secondo le stime dell’UNICEF – Alternative sociale association, questi bambini o adolescenti soli sarebbero circa 350.000 – ossia il 7 per cento della popolazione tra 0 e 18 anni di età – di cui 157.000 con il solo padre all’estero, 67.000 con la sola madre e circa 126.000 con entrambi i genitori all’estero.
In Italia l’articolo 29 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998 prevede il diritto al ricongiungimento familiare, ottenuto il quale il minore arriva nel Paese senza che esistano norme che consentano ai suoi genitori di accompagnarlo nel processo di integrazione: manca, per esempio, la previsione di un congedo dal lavoro per motivi di ricongiungimento familiare simile a quello contemplato in caso di adozione o di affidamento dal testo unico di cui al decreto legislativo n. 151 del 2001 e dalla circolare n. 16/2008 dell’Istituto nazionale della previdenza sociale.
Varie associazioni di donne immigrate suggeriscono il congedo come fondamentale rimedio per ricostruire il rapporto genitore-figlio dopo una lunga separazione, per consentire al bambino di integrarsi, adattarsi alle nuove condizioni di vita e superare i sentimenti di perdita e di sradicamento che conseguono al viaggio. I minori immigrati, infatti, cambiano Paese, cultura familiare, scuola e lingua. Sono viaggiatori non per scelta, rappresentano una génération involontaire, come l’ha definita Tahar Ben Jelloun, che negli ultimi anni in Europa è cresciuta notevolmente.
Secondo i dati del Ministero dell’interno, nel 2012 sono state presentate 63.779 domande di ricongiungimento familiare per un totale di 90.826 familiari da ricongiungere (una media di 1,42 familiari per domanda). Di queste solo 400 (lo 0,6 per cento) riguardavano familiari al seguito di uno straniero entrante in Italia, mentre la quasi totalità, il 99,4 per cento, riguardava il ricongiungimento di familiari residenti all’estero; il 47 per cento dei familiari di cui si richiede il ricongiungimento è costituito da figli dei richiedenti e, tra questi, i minori di 18 anni rappresentano il 38 per cento del totale.
L’articolo 28, comma 1, del testo unico di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998 riconosce agli stranieri titolari di permesso o carta di soggiorno il diritto a mantenere o a riacquistare l’unità familiare. Riconosce, altresì, al comma 3, come prioritario il superiore interesse del fanciullo in tutti i procedimenti amministrativi e giurisdizionali finalizzati a dare attuazione al diritto all’unità familiare e riguardanti i minori. Per rendere effettivo il diritto al ricongiungimento disciplinato dall’articolo 29 del medesimo testo unico è necessario introdurre nell’ordinamento il diritto al congedo parentale, affinché i genitori possano accompagnare il figlio nel percorso di inserimento e prevenire i costi sociali che possono derivare da emarginazione o mancata messa a frutto delle proprie capacità.
La presente proposta di legge si compone di tre articoli. Nell’articolo 1 si descrivono le finalità della legge, l’articolo 2 modifica l’articolo 29 disciplinando il diritto al congedo parentale. L’articolo 3 pone a carico delle amministrazioni gli obblighi di adeguamento alle disposizioni previste.

PROPOSTA DI LEGGE

Art. 1.

(Finalità).

  1. Le disposizioni di cui alla presente legge sono finalizzate a promuovere il diritto alla genitorialità dei migranti e a facilitare l’integrazione dei figli minori che si ricongiungono ai propri genitori in Italia ai sensi dell’articolo 29 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, introducendo il diritto al congedo parentale per motivi di ricongiungimento familiare.

Art. 2.

(Congedo parentale per motivi di ricongiungimento familiare).

  1. All’articolo 29 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
    «10-bis. In caso di arrivo di un figlio minore in Italia a seguito di ricongiungimento familiare, i genitori stranieri legalmente soggiornanti nel territorio dello Stato hanno diritto ad usufruire di congedi parentali per accompagnare il processo di inserimento e di integrazione del figlio minore nella società italiana.
    10-ter. La madre o il padre, o entrambi, in caso di ricongiungimento di un figlio minore, hanno diritto di fruire di un congedo parentale che consente di astenersi dal lavoro per i cinque mesi successivi all’ingresso del figlio in Italia, oltre al giorno dell’ingresso. Il padre e la madre possono fruire del congedo parentale anche contemporaneamente. Il congedo spetta per l’intera durata indicata al primo periodo

anche nel caso in cui, durante il congedo, il minore compia la maggiore età.
10-quater. Il congedo parentale spetta a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici, indipendentemente dalla tipologia del rapporto di lavoro, e garantisce un’indennità pari all’80 per cento della retribuzione giornaliera per le giornate comprese nel periodo di astensione dal lavoro.
10-quinquies. L’indennità di cui al comma 10-quater è anticipata dal datore di lavoro per conto dell’INPS ovvero pagata direttamente dall’INPS a seconda della tipologia di lavoro dell’interessato».

Art. 3.

(Adeguamento delle pubbliche amministrazioni).

  1. Le pubbliche amministrazioni si adeguano alle disposizioni dei commi 10-bise seguenti dell’articolo 29 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, introdotti dall’articolo 2 della presente legge, adottando i relativi atti organizzativi e regolamentari, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della medesima legge.

 

Mense scolastiche, la mia proposta di legge

 XVII LEGISLATURA
CAMERA DEI DEPUTATI N.2308

PROPOSTA DI LEGGE
d’iniziativa dei deputati
SCUVERA, SANTERINI, PIAZZONI, CHAOUKI, LENZI, MANZI, MARCHI, MIOTTO, NARDI, NARDUOLO, PILOZZI, PIRAS, SBROLLINI
Disposizioni per garantire l’eguaglianza nell’accesso dei minori ai servizi di mensa scolastica
Presentata il 16 aprile 2014

Onorevoli Colleghi! Negli ultimi anni il nostro Paese è stato investito da una grave recessione economica che ha colpito le imprese, le famiglie e i lavoratori.
Ad essere danneggiati sono principalmente i più deboli: i giovani, le donne e i bambini.
In Italia si è ritornati drammaticamente a parlare di povertà minorile, tanto che la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza ha promosso un’apposita indagine in materia.
I dati del 2013 di Save the Children hanno stimato in circa 260.000 gli infrasedicenni lavoratori in Italia evidenziando anche che, complessivamente, su 100 ragazzi di 14-15 anni quasi il 22 per cento riferisce di aver avuto un’esperienza lavorativa. Sarebbero, invece, circa 30.000 i ragazzi tra i 14 e i 15 anni a rischio di sfruttamento per un lavoro pericoloso per la propria salute, sicurezza o integrità morale.
Con la raccomandazione 2013/11/UE «Investire nell’infanzia per spezzare il circolo vizioso dello svantaggio sociale» del 20 febbraio 2013 la Commissione europea sollecita gli Stati membri a mettere al centro dell’agenda politica il tema dell’infanzia e degli investimenti per combattere la povertà dei bambini, al fine di garantire a tutti di crescere uguali, nonché a utilizzare gli strumenti esistenti in favore dei minori svantaggiati, come il Fondo di aiuti europei agli indigenti, istituito nel 2012, il Programma di distribuzione di frutta e latte nelle scuole, attivo dal 2009, il Fondo sociale europeo e il Fondo europeo di sviluppo regionale. Il 19 novembre 2013, in occasione della Giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza, la Camera dei deputati ha approvato mozioni di diversi gruppi contro la povertà minorile. Con quella del Partito Democratico, in particolare, si è impegnato il Governo a diverse azioni tra cui, ai fini della presente proposta di legge, si segnala quella di assumere iniziative volte a evitare che finanziamenti e obiettivi concordati con le regioni e con gli enti locali vengano disattesi, al fine di garantire i diritti di cittadinanza come, ad esempio, il diritto all’istruzione, alla fruizione delle mense, al trasporto scolastico e altri. Si è verificato, infatti, che alcuni comuni abbiano escluso bambini e bambine dal servizio di mensa scolastica a causa della morosità delle loro famiglie. Anche se la morosità fosse colpevole, il minorenne non dovrebbe essere escluso da un momento fondamentale per la sua educazione e la sua salute.
La presente proposta di legge si compone di quattro articoli recanti disposizioni sull’erogazione del servizio di mensa scolastica.
L’articolo 1 definisce il servizio di mensa scolastica come livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, e in attuazione della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989. Ne consegue, all’articolo 2, che l’accesso alla somministrazione di alimenti e di bevande nelle strutture scolastiche è garantito dai comuni in modo uguale a tutti minori presenti negli istituti scolastici, senza eccezione alcuna se non per motivi documentati di salute. In funzione dell’equa distribuzione del servizio, i regolamenti comunali sono tenuti a prevedere agevolazioni per le fasce meno abbienti in termini di esenzione o di rateizzazione delle rette. All’articolo 3 sono previste agevolazioni per i comuni virtuosi, su segnalazione delle aziende sanitarie locali territorialmente competenti in base a criteri stabiliti dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali.
Infine, l’articolo 4 reca i termini di adeguamento delle amministrazioni locali alle disposizioni della legge e l’entrata in vigore della stessa legge.

PROPOSTA DI LEGGE

Art. 1.

(Definizione del servizio di mensa scolastica).

  1. Per servizio di mensa scolastica si intende la somministrazione di alimenti e bevande ai minori in orario scolastico.
    2. Il diritto al servizio di mensa scolastica costituisce un livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione e in attuazione della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, resa esecutiva dalla legge 27 maggio 1991, n. 176, che sancisce, in particolare, il diritto dei bambini a un’alimentazione sana e adeguata per garantire loro il miglior stato di salute possibile.

Art. 2.

(Accesso alla prestazione).

  1. I comuni garantiscono l’eguale accesso dei minorenni al servizio di mensa scolastica.
    2. Il servizio di mensa scolastica, ove istituito, è garantito a tutti i minorenni. A tale fine i regolamenti comunali prevedono fasce di esenzione per i meno abbienti nonché forme di rateizzazione delle rette relative al servizio.
    3. In ogni caso è vietato, pena intervento sostitutivo dello Stato, impedire l’accesso al servizio di mensa scolastica ai minorenni, fatti salvi documentati motivi di salute e riservatezza riguardanti il minorenne interessato.

Art. 3.

(Agevolazioni per i comuni).

  1. Ai comuni che si distinguono per livello di accessibilità, fruibilità e qualità del servizio di mensa scolastica sono riconosciute apposite agevolazioni quali, in particolare, la deroga dal patto di stabilità per le spese relative al medesimo servizio.
    2. Ai fini del riconoscimento delle agevolazioni di cui al comma 1, i comuni sono sottoposti a valutazione da parte delle aziende sanitarie locali territorialmente competenti sulla base di criteri stabiliti con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro della salute, che tengono conto anche degli eventuali progetti promossi dagli stessi comuni in materia di recupero e di utilizzo delle eccedenze alimentari.

Art. 4.

(Adeguamento delle amministrazioni pubbliche locali).

  1. Le amministrazioni pubbliche locali sono tenute all’adeguamento alle disposizioni della presente legge, mediante appositi provvedimenti, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della medesima legge.

La mia proposta di legge sul work life balance

Ho presentato alla stampa il 17 gennaio a Pavia la mia proposta di legge intitolata “Modifiche all’articolo 2107 del codice civile e al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, in materia di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro nei settori pubblico e privato”, per favorire la conciliazione tra tempi personali e tempi professionali nel settore pubblico e privato, finalizzata a sostenere l’occupazione, ad incrementare il benessere delle lavoratrici e dei lavoratori e la competitività delle imprese.

In particolare, la mia proposta di legge introduce la conciliazione vita-lavoro come principio organizzativo e interviene sul decreto legislativo n. 165 del 2001, con riferimento al settore pubblico, e sul Codice Civile, con riferimento al settore privato.
L’articolo 1 contiene le finalità generali descritte, mentre l’articolo 2 contiene la definizione del principio di conciliazione tra vita e lavoro e dei relativi istituti: “conciliazione tra vita e lavoro”, “responsabile della conciliazione”,  “leve di conciliazione”, “servizi di conciliazione”. Con le norme successive si introducono modifiche al codice civile per informare l’articolo 2107 e agli articoli 2, 5, 6bis, 7, 8, 57 e 61 del decreto legislativo n. 165 del 2001.

Di seguito il testo della PdL:

 XVII LEGISLATURA
CAMERA DEI DEPUTATI N.1905

PROPOSTA DI LEGGE
d’iniziativa dei deputati
SCUVERA, ASCANI, COMINELLI, DAMIANO, FABBRI, GASPARINI, MANZI, MORETTI, MOSCA, MURER, NARDUOLO, RAMPI
Modifiche all’articolo 2107 del codice civile e al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, in materia di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro nei settori privato e pubblico
Presentata il 19 dicembre 2013

Onorevoli Colleghi! A seguito di importanti atti europei – la direttiva 96/34/CE del Consiglio, del 3 giugno 1996, che avviò l’istituto dei congedi parentali; il Consiglio europeo straordinario di Lisbona del 23-24 marzo 1996 che diede l’obiettivo di «favorire tutti gli aspetti delle parità di opportunità, con riduzione della segregazione occupazionale e promozione della conciliazione vita professionale/vita familiare con il miglioramento dei servizi all’infanzia»; la Tabella di marcia per la parità tra donne e uomini (road map) 2006-2010 della Commissione europea; la direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, relativa all’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e impiego – nel nostro Paese si è prodotta una notevole normativa in materia di politiche paritarie mediante l’entrata in vigore della legge 10 aprile 1991, n. 125 – contenente disposizioni per favorire l’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne, attraverso l’adozione di nuovi modelli organizzativi nel mondo del lavoro e nella gestione familiare – della legge 8 marzo 2000, n. 53, recante «Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città», e della legge 4 novembre 2010, n. 183, la quale delegava il Governo a:

          1) adottare uno o più decreti legislativi per sostenere regimi di orari flessibili a sostegno della conciliazione famiglia-lavoro e dell’occupazione femminile;

          2) rivedere la normativa relativa ai congedi parentali;

          3) rafforzare l’azione dei diversi livelli di governo con riferimento ai servizi per l’infanzia e per gli anziani non autosufficienti in funzione della libertà di scelta delle donne di partecipare al mercato del lavoro;

          4) utilizzare i fondi comunitari mirati alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro;

          5) sostenere l’imprenditoria femminile.

      Inoltre, il 29 aprile 2010 è stata sottoscritta un’intesa tra Governo, regioni, province autonome di Trento e Bolzano, Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI), Unione delle province d’Italia (UPI) e Unione nazionale comuni comunità enti montani (UNICEM) per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, prevedendo uno specifico programma attuativo mirato alla facilitazione per il rientro delle lavoratrici che abbiano usufruito di congedo parentale, all’erogazione di servizi di cura, allo sviluppo di un sistema di rete a livello territoriale. Il Dipartimento delle pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri ha dato vita a un comitato tecnico di supporto e a un gruppo di lavoro che ha il compito di vigilare sui criteri di ripartizione delle risorse, sulle finalità e sulle modalità attuative, nonché di porre in essere il monitoraggio del sistema di interventi per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Progetti di conciliazione sono stati avviati in tutte le regioni nel 2010-2011 e l’intesa è stata prorogata fino all’estate 2012.
È ora necessaria una normativa-quadro che introduca il principio di conciliazione tra vita e lavoro come fondamentale criterio di organizzazione aziendale, per favorire il benessere organizzativo e sostenere l’occupazione femminile nonché la competitività delle imprese. È infatti dimostrato che le imprese che utilizzano gli strumenti di conciliazione abbattono i costi e ottengono una maggiore produttività da parte dei dipendenti.
La nostra economia ha bisogno di un nuovo impulso, che si avvalga di nuovi modelli organizzativi e sfrutti le nuove conoscenze, soprattutto nell’alta tecnologia. È il momento che l’Italia investa su una nuova specializzazione produttiva, «della conoscenza», sostenendo il welfare e i diritti.
Sappiamo che oggi persistono gravi situazioni di disuguaglianza di genere: ricadono soprattutto sulle donne i compiti di assistenza e di cura familiare; si verifica spesso l’impossibilità di conciliare la gestione della famiglia con il lavoro extradomestico, con la conseguente rinuncia a una serena vita familiare ovvero a un percorso di lavoro o di carriera. Si rileva, altresì, che oggi la necessità di conciliare i tempi tra famiglia e lavoro non riguarda soltanto le donne, ma anche gli uomini, single o padri.
Nel nostro Paese la disoccupazione femminile ha raggiunto percentuali molto alte (-13,2 per cento secondo la rilevazione dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) del maggio 2013, ovvero 1,8 per cento rispetto al maggio 2012 – in particolare nel Mezzogiorno – 19,3 per cento nel 2012, secondo i dati dell’ISTAT). Il dato in controtendenza è quello relativo all’imprenditoria femminile: il nostro Paese è infatti quello più rosa in Europa in termini di imprenditorialità femminile (23,5 per cento del totale delle imprese, dato dell’Unioncamere, marzo 2013). È una discrasia che deve essere spiegata: è chiaro che nel lavoro autonomo e imprenditoriale c’è una diversa gestione dei tempi di vita e di lavoro, c’è la possibilità di scegliere i propri tempi, ossia una organizzazione più

flessibile dell’orario di lavoro che consente alle donne di essere più occupate.
Questa flessibilità organizzativa va applicata anche al lavoro dipendente: in questi anni si è parlato moltissimo di flessibilità con riferimento alle forme contrattuali (flessibilità che, in realtà, spesso si è tradotta in precarietà), pochissimo in termini di nuovi modelli organizzativi che consentano, con riferimento al settore privato, di aumentare la produttività e, quindi, di rendere l’impresa più competitiva e, con riferimento al settore pubblico, di fornire un servizio più ampio in termini di offerta oraria al cittadino.
La presente proposta di legge contiene, pur salvaguardando l’autonomia organizzativa delle imprese e degli enti pubblici, misure per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti, per sostenere l’occupazione, per incrementare, in particolare, quella femminile, e per sgravare le donne dei compiti di cura e di assistenza.
Si introduce il principio di conciliazione tra vita e lavoro come principio organizzativo e si interviene su varie discipline lavoristiche: il decreto legislativo n. 165 del 2001 con riferimento al settore pubblico e il codice civile con riferimento al settore privato.
L’articolo 1 contiene le finalità generali descritte, mentre l’articolo 2 contiene la definizione del principio di conciliazione tra vita e lavoro e dei relativi istituti: «conciliazione tra vita e lavoro», «responsabile della conciliazione», «leve di conciliazione», «servizi di conciliazione». Nel capo II (articoli 3 e 4) si introducono modifiche al codice civile per informare l’articolo 2107 (orario di lavoro) al principio di conciliazione tra vita e lavoro; nel capo III (articoli 5 e 6) si introducono modifiche al decreto legislativo n. 165 del 2001 per «istituzionalizzare» le politiche conciliative nelle amministrazioni pubbliche.
Nell’ottica di armonizzare la disciplina del lavoro pubblico con quella del lavoro privato – soprattutto dopo la privatizzazione del lavoro pubblico iniziata con il decreto legislativo n. 29 del 1993, poi sostituito dal citato decreto legislativo n. 165 del 2001 – si è inteso intervenire su entrambe le normative.

 

PROPOSTA DI LEGGE
Capo I
DISPOSIZIONI GENERALI
Art. 1.
(Finalità).

  1. La Repubblica promuove le azioni volte a rimuovere gli ostacoli alla piena integrazione delle donne e delle persone in condizione di disagio familiare o disabili nel mercato del lavoro.
    2. La Repubblica promuove, altresì, la competitività delle imprese, incentivandone l’innovazione organizzativa e la responsabilità sociale.
    3. La Repubblica garantisce ai cittadini il più ampio accesso ai servizi pubblici, promuovendo le pianificazioni urbane fondate su una nuova programmazione dei tempi e favorendo nuovi modelli organizzativi degli enti.

Art. 2.

(Definizioni).

  1. Ai fini della presente legge si intende per:
  2. a)«conciliazione tra vita e lavoro»: la conciliazione tra tempi di vita personale e tempi dell’attività lavorativa;
  3. b)«responsabile della conciliazione»: la figura professionale responsabile dell’attuazione delle politiche di conciliazione tra vita e lavoro all’interno dell’ente;
  4. c)«misure di conciliazione»: le azioni e gli strumenti volti a favorire

l’equilibrio tra tempi di vita personale e tempi dell’attività lavorativa. Tali misure si distinguono in:

1) finanziarie: concernenti gli aspetti relativi a possibilità di integrazione retributiva e di godimento di benefìci;

2) di servizio: relative agli aspetti legati alla cura e all’ottimizzazione del tempo a disposizione;

3) organizzative: attinenti alla valorizzazione dei luoghi e dei tempi di lavoro;

4) culturali: riguardanti la formazione e la comunicazione.

Capo II

CONCILIAZIONE TRA VITA E LAVORO NEL SETTORE PRIVATO

Art. 3.

(Conciliazione tra vita e lavoro nelle imprese).

  1. L’organizzazione aziendale è ispirata al principio di conciliazione tra vita e lavoro.
    2. Ai fini del presente articolo, il datore di lavoro privato si avvale, in favore dei dipendenti, di almeno una delle misure di conciliazione di cui all’articolo 2, comma 1, lettera c).
    3. Nell’organizzazione aziendale è previsto un responsabile della conciliazione.

Art. 4.

(Modifica all’articolo 2107 del codice civile).

  1. All’articolo 2107 del codice civileè aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Nell’organizzazione dell’orario di lavoro, il datore di lavoro favorisce misure di flessibilità, in modo da consentire la conciliazione tra vita e lavoro dei dipendenti».

Capo III

CONCILIAZIONE TRA VITA E LAVORO NEL SETTORE PUBBLICO

Art. 5.

(Modifiche al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165).

  1. Al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono apportate le seguenti modificazioni:
  2. a)all’articolo 2, comma 1, lettera b), sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «. Tali determinazioni si ispirano al principio di conciliazione tra vita e lavoro»;
  3. b)all’articolo 5, comma 2, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Al fine di assicurare il principio di pari opportunità, salvaguardando comunque l’efficienza organizzativa, tali determinazioni promuovono misure di conciliazione tra vita e lavoro garantendo i relativi servizi»;
  4. c)dopo il comma 2 dell’articolo 6-bis è inserito il seguente:
    «2-bis. Anche al fine di ottenere risparmi di spesa per il personale e di favorire l’occupazione, le amministrazioni interessate dai processi di cui al presente articolo adottano, in via prioritaria rispetto alle misure di cui al comma 2, azioni per la conciliazione tra vita e lavoro, improntate all’utilizzo delle tecnologie, quali il telelavoro, garantendo e favorendo il benessere del lavoratore e gli oneri di gestione»;
  5. d)all’articolo 7:

1) al comma 1 sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «Al fine di garantire le pari opportunità tra i lavoratori nonché il benessere organizzativo, le pubbliche amministrazioni promuovono tutte le iniziative e le progettualità utili ad attuare il principio di conciliazione tra vita e lavoro. A tale fine, le pubbliche amministrazioni prevedono nelle proprie piante organiche un responsabile delle

politiche di conciliazione tra vita e lavoro. In caso di mancata individuazione, tale soggetto coincide con il responsabile dell’ufficio del personale»;

2) al comma 3 sono premesse le seguenti parole: «Anche al fine di incrementare la produttività dell’ente e i servizi al cittadino,»;

  1. e)all’articolo 8 è aggiunto, in fine, il seguente comma:
    «2-bis. Le pubbliche amministrazioni adottano tutte le misure di conciliazione tra vita e lavoro che, oltre a produrre benessere organizzativo, concorrano a contenere la spesa per il personale»;
  2. f)all’articolo 57, comma 1:

1) all’alinea sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «nonché per i percorsi di carriera»;

2) dopo la lettera b) è inserita la seguente:

«b-bis) adottano un piano per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti;»;

  1. g)all’articolo 61 è aggiunto, in fine, il seguente comma:
    «3-bis. Al fine di ridurre il costo del lavoro e di sostenere la conciliazione tra vita e lavoro dei dipendenti, le pubbliche amministrazioni promuovono misure di flessibilità organizzativa e oraria, come il telelavoro e il jobsharing».

Art. 6.

(Adeguamento delle pubbliche amministrazioni).

  1. Le pubbliche amministrazioni si adeguano alle disposizioni di cui alla presente legge, adottando i relativi atti organizzativi e regolamentari, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della medesima legge.

Ho firmato queste proposte di legge

Disposizioni per la stabilizzazione dei lavoratori socialmente utili di età compresa tra cinquantadue e cinquantotto anni impiegati dai comuni. (Leggi)

 Modifica all’articolo 7 del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, in materia di limiti all’apertura di sale da gioco e di orari di funzionamento degli apparecchi per il gioco lecito. (Leggi)

Trasferimento degli oneri per il mantenimento degli uffici giudiziari allo Stato e abrogazione della legge 24 aprile 1941, n. 392. (Leggi)

Modifiche alla legge 19 febbraio 2004, n. 40, recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita. (Leggi)

Introduzione del capo II-bis del titolo VII del libro primo del codice civile, concernente la disciplina della fecondazione medicalmente assistita. (Leggi)

Modifiche ai testi unici di cui ai decreti del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, e 16 maggio 1960, n. 570, nonché alla legge 17 febbraio 1968, n. 108, in materia di inammissibilità delle liste elettorali che si richiamino all’ideologia fascista o al disciolto partito fascista. (Leggi)

Abrogazione dell’articolo 10-bis del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, riguardante il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato. (Leggi)

Disposizioni per il contrasto della violenza sulle donne, l’assistenza delle vittime e la promozione della soggettività femminile. (Leggi)

Disposizioni per il contrasto della violenza e delle discriminazioni per motivazioni riferite al sesso o all’orientamento sessuale nonché per la promozione della soggettività femminile. (Leggi)

Disposizioni per la prevenzione delle discriminazioni e per l’integrazione degli alunni nella scuola dell’obbligo. (Leggi)

Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto della cittadinanza. (Leggi)

Modifica dell’articolo 416-ter del codice penale, in materia di scambio elettorale politico-mafioso. (Leggi)

Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, in materia di discriminazione razziale, e nuove norme in materia di discriminazioni motivate dall’identità di genere, dall’orientamento sessuale o dalla disabilità delle persone. (Leggi)

Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia. (Leggi)

Modifiche al testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, concernenti l’indennità di maternità, l’introduzione del congedo di paternità obbligatorio e la fruizione del congedo parentale. (Leggi)

Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l’11 maggio 2011. (Leggi)